Moby Dick e altri racconti brevi – Alessandro Sesto

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Alessandro Sesto, autore che io ho già trattato qui, scrive questo libro con il fine di canzonare i classici, spogliandoli del loro essere classici ed accostandoli invece all’attualità, alla vita reale, alla fila alle poste, al traffico in tangenziale, all’ignoranza di tutti i giorni, insomma. Ale6°andro fa tutto questo ispirandosi però ad un’idea che ha già avuto Achille Campanile quarant’anni prima.
E quindi che senso ha questo libro?
Checcazzofài, Ale6°ando?
State calmi, ve lo spiego io. Con l’ausilio del diagramma cartesiano, strumento che in questo volume viene spesso tirato in ballo dall’autore per spiegare cose umanistiche in modo matematico.

Come vedete nella tabella1, in alto a destra, al massimo dell’innovazione ed al massimo della cultura c’è Achille Campanile, che non solo aveva cultura in abbondanza ma anche senso dell’umorismo e quel filo di pazzia necessario a creare un’opera come Vite degli uomini illustri, nel 1975. Il nostro Ale6°andro invece lo poniamo in una posizione culturale leggermente inferiore ma comunque elevata perché dimostra di saperne parecchio, però molto indietro quanto ad innovazione, visto che ripropone la stessa idea 40 anni dopo. Nella tabella2 invece vediamo come Ale6°andro, cavalcando la freccia che Paride scoccò proprio verso l’apparentemente imbattibile Achille si avvicina al sommo Campanile e addirittura lo scalza, presentandosi come guru per le nuove generazioni, ignare dell’esistenza di tal semidiòso predecessore. Ale6°andro diventa così faro nel buio, punto di riferimento, totem culturale, martomarzòtto, paololìmiti, michelemirabèlla, aiutandosi anche con vari espedienti tipo l’uso delle parolacce oppure il buttarla in caciara accostando ai libri pure film e serie tv, per rendere più facile e coinvolgente la lettura anche ai minus habens come me. Ah, a proposito di me. Notate come il pallino rosso (preso in prestito dai centri commerciali) che segnala la mia posizione sia, nella tabella1, molto in basso sul piano culturale ma in una posizione decente sull’asse dell’innovazione, mentre nella tabella2 si sposti un po’ più in alto sul piano culturale (perché ora so chi è Achille Campanile e tante altre cosette spendibili al pub con gli amici) ma verso sinistra sul piano dell’innovazione perché ho ceduto alla tentazione di usare lo stesso schema cartesiano che ha usato Ale6°andro. Schema che a sua volta veniva usato dal professore emerito Jonathan Evans Pritchard nel suo saggio Comprendere la Poesia* per valutare l’efficacia dei componimenti letterali: quindi ho pestato una merda di cane antiinnovativa, proprio.

Potrebbe bastare così perché il libro è carino e scorrevole, ma devo purtroppo far notare che il capitolo Ironia mi ha ucciso. Che la mano che ha premuto il grilletto poi non sia stata quella di Ale6°andro ma quella di David Foster Wallace ed il suo cazzo di movimento New Sincerity è solo un palliativo. Io che credevo che l’ironia fosse il sale della vita, l’olio dei fianchi, l’aceto del torace, mi vedo sblastare in malomodo da una teoria più che condivisibile che in sostanza spiega che l’ironia fine a sé stessa ha rotto il cazzo soprattutto in bocca ai poveri cristi come me e a quegli altri stronzi dei mass-media: essa dovrebbe circolare con regolarità e senza limitazioni solo nelle élite culturali che sono super colte, super partes e anche sopra alle televisioni e quindi super tele.
E quindi vai col tango.

 

Ciao, però con la mano timida.
Viva Aldo Marino.

 

 

* Il saggio “Comprendere la Poesia” non è stato scritto dal professore emerito Jonathan Evans Pritchard, che è un nome inventato nel film L’Attimo Fuggente, ma dai critici Cleanth Brooks e Robert Penn Warren, padri del “New Criticism”. Quell’altro invece invece faceva parte del “New Sincerity”. Io invece al massimo posso far parte del “New Stockazz”.

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