Lamento di Portnoy – Philip Roth

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Filippo Rotto è un autore di cui non dovrei pronunciare nemmeno il nome. Perché prima di nominare il nome di Filippo Rotto invano dovrei alzarmi dal divano e andare a lavarmi i denti con lo spazzolino Garzanti e poi fare i gargarismi con il colluttorio Treccani e a voler essere pignoli poi dovrei anche passarmi l’AccademiadellaCrusca interdentale. Ma siccome sono un ignorante vero con il certificato di garanzia in ceralacca timbrato in originale dal cazzochemenefréga, non solo lo nomino e ne parlo, ma ne parlo anche male.

Ma prima di cotanta blasfemia, facciamo un passo indietro. Un giorno mentre leggo un librodimmèrda scritto da Nonsocchì parlo a me stesso e mi dico: ma come faccio ad avere un blog di libri, seppur ignorante, che non contempla i grandi della letteratura americana? Come posso non aver letto nessun libro di Carver, di Franzen, di Wallace, di Lansdale, Di Maggio? Eh, come faggio? E allora mi metto al lavoro, mi metto. E allora comincio da Roth: me voglio leva’ la sete col prosciutto…
Eh sì, è andata così, e adesso eccoci qua, a parlare male di Roth, mentre fuori piove a diRott, seduti su un divano di un colore di merd, vicino ad una vecchia lattina di CocaCol.

Il libro che ho scelto è uno dei più famosi. L’ho scelto senza sapere di cosa parlasse. Ora lo so. E la conclusione è: mai più, cazzo. Perché il volumetto narra di Alexander Portnoy che si confida col suo psichiatra e gli racconta tutta la sua pesante esistenza di ebreo d’America. La sua triste adolescenza fatta di pippe, rimorsi, privazioni e diversità. Il suo triste sbarco nell’età adulta che sostituisce il sesso con le pippe, ma lascia inalterati i rimorsi, le privazioni e le diversità.

Scritto a dire il vero molto bene da Filippo che ci va giù pesante nelle descrizioni, nei toni, nell’irriverenza, nell’ignoranza, soprattutto se consideriamo che questo romanzo ha 50 anni tondi tondi (a proposito: auguri!). Molto meno piacevoli sono invece la forma a “flusso di coscienza” che ogni tanto fa perdere il filo, e il fatto che ai fini della resa del personaggio, Filippo gli mette in bocca una cifra di termini in yiddish che vengono lasciati anche nella traduzione in italiano, cosa che secondo me funziona come buttare sassi nei sandali del lettore pellegrino (e ignorante). Magari in inglese rende meglio, chenesò. Forse è per questo che in Italia il film non è stato distribuito, chenesò*.

Questo libro viene considerato un classico della letteratura del ventesimo secolo, un capolavoro di stile da dover leggere e rileggere, e io non sono riuscito ad arrivargli in fondo.
Ma io sono ignorante.
Voi leggetelo, invece: magari vi interessa sapere della vita di un ebreo stautinense, nel caso non dovesse bastarvi sapere tutto quello che già sapete grazie all’80% dei film che escono da Hollywood: da Adam Sandler a Ben Stiller, da Woody Allen ai fratelli Coen. La loro vità è già la nostra.

Zay gezunt.

 

* In reltà, approfondendo un minimo la questione, il film del 1972 risulta esistere anche in italiano, e risponde all’accattivante titolo di “Se non faccio quello non mi diverto”. Voi l’avrete sicuramente visto, no?..

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