Come stanno le cose – Piergiorgio Odifreddi

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Uno che scrive un libro con questo titolo deve essere un coatto in giacca e cravatta, sicuro. Quel tipo di coatto istruito pronto a dare battaglia al mondo armato di soli slogan come “beati voi che non capite un cazzo”. Il tipo peggiore che ti può capitare di incontrare nella vita: quello che pare sapere tutto, ma che se poi vai a fondo, se poi lo metti alle strette, se poi lo interroghi, lui SA TUTTO VERAMENTE.

Dio ce ne scampi e liberi, uno potrebbe dire. Ma la vedo dura perché quel Dio che dovrebbe venire a liberarci è assente nei ragionamenti di Piergiorgio che si basano solo su osservazione dei fenomeni e dati scientifici.

 Nel retro del libro (in quarta di copertina direbbero quelli bravi) c'è  questa immagine di Piergiorgio che ti guarda sornione, con fare  rassicurante, come per dire: tranquillo, lo so che non ci capisci un  cazzo, ma non è colpa tua, vieni qui, lasciati abbracciare...

L’antitesi è quindi con qualsiasi idea di Dio, ma soprattutto di religione, come testimoniano questi passi dell’opera di Lucrezio che Piergiorgio (che io chiamerò proprio Piergiorgio per non alternare la salinità delle sue sillabe) pone alla nostra distratta attenzione:

Ci fu un tempo in cui, per nostra vergogna, la via umana giaceva atterrata e soffriva atterrita, oppressa dal peso della religione. Questa sporgeva il suo orribile volto dal cielo, e incombeva dall’alto sui mortali. E venne un uomo chiamato Epicuro. Un greco, che per primo osò guardare in faccia la religione con i suoi occhi mortali, ed ergersi contro di essa.

In sostanza Piergiorgio sostiene che l’opera di Lucrezio – il De rerum natura, a.k.a. Sulla natura delle cose, a.k.a. più semplicemente Sulla natura – risalente al primo secolo avanti Cristo e per anni ignorata (quando non direttamente bannata) dai salotti culturali della ggentebbène che beveva tisane all’ortica e Romanella svanita, è un’opera che ha influenzato più gente di quanta noi possiamo immaginare. E non gente qualunque, ma proprio scrittori, sommi poeti, menti pensanti che pensando pensando hanno riscoperto l’opera e hanno detto Anvedi Lucrezio già l’aveva detta ‘sta cosa, e io che pensavo de avélla scoperta io, mo che figura demmèrda faccio che Lucrezio 1300 ma anche 1500 anni fa sta cosa l’aveva già messa pe’ iscritto? Vabbè famo che se moo chiedono io dico che me so’ ispirato ar poro Lucrezio. D’altronde pure lui s’è ispirato a Epicuro e allora ‘o vedi che aa fine tutto torna e ‘a vita è come ‘a moda che è ciclica e che quindi ‘a roba che non va più è meglio nun buttalla perché poi tanto rivà, e tu dici mannaggia io l’ho buttata e invece mo costa 3 piotte...

Insomma tipo così, però detto da Dante, da Foscolo; o da Flaubert, come riportato qui sotto:

Per il suo contenuto scientifico, materialista ed antireligioso, il poema di Lucrezio rimane un unicum nella storia della poesia classica. La condizione storica che lo rese possibile, come spiegò Gustave Flaubert in una sua lettera del 1861 all’amica Edma Roger des Genettes, fu la momentanea apertura di una finestra di opportunità intellettuale, che si richiuse quasi immediatamente.

“Quando gli dei non c’erano più, e Cristo non c’era ancora, si ebbe, tra Cicerone e Marco Aurelio, un momento unico in cui c’era solo l’uomo. E l’uomo, solo”.

Quindi in sostanza Lucrezio era proprio uno che si guardava intorno e cercava di spiegarsi le cose, col piglio dello scienziato che non deve per forza dire le cose quando non le sa, come egli stesso precisa in merito al fatto di è la Terra che gira intorno al Sole o è il Sole che gira intorno alla Terra?

[…] io ti espongo non soltanto come le cose sono, quando so come sono, ma anche come possono essere, quando non lo so. Naturalmente, la causa del moto delle stelle è una sola, ma in mancanza di prove a favore non possiamo fingere che le nostre ipotesi siano delle tesi.

Inoltre Lucrezio nella sua opera che si chiama La natura delle cose, ripete in continuazione le parole che formano il titolo, come negli esempi qui sotto, un po’ come faceva Fabri Fibra, sgamato poi da Ghemon Scienz*, un po’ come se si facesse pubblicità, secondo criteri di marketing attualissimi, un po’ come se fosse un gran paraculo, l’antesignano di tutti i paraculi, potremmo un po’ azzardare.

Mentre i bambini hanno paura nel buio fisico, noi l’abbiamo anche alla luce del Sole, e temiamo cose che non sono affatto più temibili di quelle temute dai bambini. A dissipare le paure e le tenebre dell’animo non possono dunque essere l’arrivo del giorno e i raggi solari, ma solo la natura delle cose e la ragione.

Nei sogni reincontriamo in maniera immaginaria le cose che ci hanno più impegnati durante la giornata, o a cui ci dedichiamo più assiduamente, o che ci danno più piacere. Sognando, l’avvocato continua a far cause per i clienti, il militare ad attaccare i nemici, il marinaio a combattere coi venti. Io, invece sogno di indagare la natura delle cose, di comprenderla e di spiegarla in un libro intitolato La natura delle cose.

In sostanza Piergiorgio, che è uomo di scienza, ci tiene a mettere bene in evidenza il fatto che Lucrezio ha spaccato più di molti altri e prima di molti altri, non solo in termini di scientifici, ma anche in termini poetici. Eh, già! Perché non bastava dire un sacco di cose sensate, ragionate, inoppugnabili, scientifiche, no: bisognava anche metterle in metrica, renderle musica, poesia. Un po’ come ribadisce Ice One nel pezzo Cacciala: se il culo non si muove, la mente non innesca…, sarebbe a dire: prima la forma, poi il contenuto.

Ed è sul contenuto che Piergiorgio ci regala anche il primo (il primo?) dissing della storia: è ad opera di tal Cecco D’Ascoli, poeta e filosofo, che attacca Dante e la sua Divina Commedia per i contenuti troppo distanti dalla realtà trattati dal sommo poeta. Come a dire, parla come mangi, sei un fake, io rappresento il real! Quindi big up per Cecco, il primo hater della storia che nel 1327 usa i suoi endecasillabi per attaccare un collega.

Grazie, Piergiorgio. Grazie, Lucrezio. Grazie, Epicuro. Grazie, Arcazzo.

Ciao.

* Nel pezzo Applausi per Fibra, anno 2006, il rapper Fabri Fibra nel ritornello ripete compulsivamente il suo nome: Applausi per Fibra Fibra Fibra Fibra Fibra, applausi, applausi – Applausi per Fibra Fibra Fibra Fibra Fibra e via così. Nello stesso anno Ghemon (allora Ghemon Scienz), nel pezzo Niente può fermarmi, diceva: Ghemon Scienz: se questo è un pezzo rap, come sostiene qualcuno, devo ripetere il mio nome in continuazione, Ghemon Scienz, perché si fissi nei ricordi dell’ascoltatore. Boom!!! Tana per Fibra, altro che applausi.