Il paradiso degli orchi – Daniel Pennac

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Scelgo questo libro perché c’è la promozione sui Feltrinelli.
Lo scelgo senza sapere niente sull’autore o sul titolo.
(So’ ignorante, è ve’?)
Nella mia scelta al buio mi dice male e mi dice bene.

Mi dice male perché:

  • il libro è un giallo ed io non amo i gialli perché mi mettono l’ansia;
  • il libro ha più di trent’anni e potrebbe non essere attuale;
  • il libro è scritto da un professore e i professori tendono a non togliere la cattedra quando scrivono.

Mi dice bene perché:

  • la sorte mi ha concesso il primo capitolo di quello che nel corso degli anni è diventato un ciclo (altre 7 o 8 pubblicazioni) e quindi se dovesse piacermi avrei davanti a me un’autostrada;
  • ho scelto un libro che non si limita ad essere solo un giallo, con il poliziotto che indaga, la gente che sparisce, il colpo di scena, il mistero che si svela;
  • i personaggi curiosi che infestano il romanzo sono capeggiati da un nuovo idolo: Benjamin Malaussène, detto Ben, che va direttamente ad accomodarsi vicino a Ignatius Reilly e ad altri nel privée della mia semivuota scatola nera.

Che altro?
Il libro è scritto molto bene, forse troppo in alcuni tratti un po’ sottili per la mia testa grezza. Ma è comunque coinvolgente, alto ed allo stesso tempo basso: il professor Pennac, che io chiamerò Danielino, infila cultura appena può e mette in bocca al suo Ben elogi per Gadda ed il suo Pasticciaccio brutto di via Merulana o esaltazioni per i versi della poetessa Louise Labè. Ma poi lo chiude in camera a fare all’ammore per tre giorni con la sua “zia Giulia”, lo fa soggiornare in una stanza che puzza di cane, lo fa andare per ospedali, commissariati, kebabbari (sì, lo so, il negozio di Amar non è esattamente un kebabbaro, ma a me la parola kebabbaro piace troppo).

Insomma è una storia fica, scritta bene e che ha anche altri sei, sette, otto, nonhocapitobenequanti episodi da leggere ancora.
Quindi un macheccazzovuoidipiù? ci sta proprio bene.

Orca miseria, ma anche Orca nobilità.
Au revoir.

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