Le correzioni – Jonathan Franzen

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Mi decido a leggere un libro di Franzen perché una volta il tipo (o la tipa) di NanoRecensioni, commentando un libro di Jonathan Safran Foer scriveva tipo: ehi tu, Jonathan Safran Foer, è inutile che ti atteggi a Franzen, esiste un solo Franzen, roba così. E allora ho pensato: Madonnamìa a me Jonathan Safran Foer piace parecchio ma ‘sto Franzen non lo conosco: pensa quanto so’ ignorante! Mi piace un autore che (forse) imita uno molto più bravo di lui ma che io non conosco perché la vastità della mia ignoranza è pari solo al cazzo che ve ne frega a voi di questa storia, che poi in realtà serve solo ad annunciare che:

Leggo Franzen per la prima volta

E appena comincio divento Peter Griffin. Vado in loop e riesco a pensare solo:

Questo perché Jonathan Franzen – che poi per gli amici intimi come me sarebbe Gionni Franzoni – scrive in una maniera che effettivamente uno potrebbe dire Ammazza come scrive bene Gionni Franzoni! Perché ‘sto maledetto descrive anche cose insignificanti in modo da 1. farle significare e poi 2. fartele vedere e toccare. Perché non gli basta che ti racconta, chenesò, che un ragazzino sta in punizione e non può alzarsi da tavola finché non finisce la cena, no: lui ti deve descrivere le tende, il tavolo, le caccole ivi appiccicate, quello che c’è nel piatto in una maniera così fitta che anche se all’inizio ti rifiuti di seguire perché pensi Aò, Gionni, ma sticazzi delle tende… Gionni, be good… Gionni, vai al sodo…, alla fine ti rassegni perché capisci che lui ci tiene a questi dettagli proprio perché sta cercando di farti capire che non sono dettagli, stupido lettore che ti curi solo della scorrevolezza del racconto. Perché devi capire, lettore imbecille, che quel bambino rimasto lì solo a tavola perché non ha finito di mangiare tutto che quello che Gionni ha ampiamente descritto in quattordici pagine si guarda intorno e vede cose che a te sembreranno anche superflue ma che certamente non lo sono per lui. E quindi, lettore ignorante, vuoi che Gionni riesca a farti sentire come si sente quel bambino? Lo vuoi? E allora zitto e leggi, deficiente. Ora la senti la caccola indurita appiccicata sotto al tavolo? Eh, la senti? Lo capisci che il bambino ci si sta aggrappando con tutte le sue forze a quella caccola? Ah, lo capisci? Bravo coglione…

Più Chipper tastava il suo piccolo regno sotto il tavolo, più diventava restio a guardarlo. Sapeva per istinto che la realtà visibile sarebbe stata meschina. Avrebbe visto delle fessure che non aveva ancora scoperto con le dita, e i regni misteriosi al di là della sua portata sarebbero svaniti, i fori delle viti avrebbero perduto la loro astratta sensualità e le caccole gli avrebbero procurato vergogna, e una sera o l’altra, senza più nulla da gustare o scoprire, sarebbe morto di noia.

L’ignoranza volontaria era un importante mezzo di sopravvivenza, forse il più importante di tutti.

Sbam!!

Signore i signori: Jonathan Franzen (detto Gionni Franzoni)!

Il quale in questo libro incrocia storie di mid-west (St. Jude) con storie di east-coast (Philadelphia). Nel mid-west, dove tutto ha inizio e tutto ha fine, le storie sono storie di infanzia e di vecchiaia. Nell’east-coast invece, dove tutto prende respiro e si mette in pausa dalla grigia apnea del mid-west, ci sono storie di giovinezza, di adultìsmo, adulterìa e adulterio. Le storie che Gionni incrocia sono tutte della stessa famiglia, la famiglia Lambert. E il diavolo Gionni riesce a farci essere a turno padri, madri, figli maschi e figlie femmine. Riesce a metterci in tutte le teste, togliendo i bulbi oculari ai protagonisti per farci guardare le cose da lì, poi da lì, e poi anche da lì, da lì e da lì. Non risparmiandoci nemmeno qualche giro col drone per avere una visione d’insieme.

Un capolavoro da cui ancora non sono riuscito a staccarmi, pur avendolo finito di leggere da giorni.

Così restò fermo senza far nulla, mentre il semaforo all’angolo diventava verde e il taxi di Julia scompariva alla vista. La pioggia sferzava il marciapiede con gocce bianche dall’aria infetta. Sul lato opposto della strada, dall’altro taxi, scese una donna che indossava jeans aderenti e costosi stivali neri su un lungo paio di gambe.

Il fatto che si trattasse di sua sorella minore, Denise, cioè dell’unica donna attraente del pianeta che lui non aveva il permesso né il desiderio di guardare con cupidigia immaginando di scoparsela, gli sembrò l’ultima ingiustizia di quella lunga mattinata.

Stupendo. Nient’altro da aggiungere.

Ciao. (St. Jude State of Mind).

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