Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven – Alessandro Sesto

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Su questo autore devo innanzitutto dirvi due o tre cose che però a pensarci bene possono essere accorpate in una sola: non so chi cazzo sia. Ora, il fatto che io non conosca qualche autore sapete bene che non è termometro di fama o bravura dello stesso perché sono ignorante come una delle fate di Ozpetek, però a ‘sto giro sembra che neanche Google conosca bene la sua faccia, tant’è che nella galleria del sito, alla voce Alessandro Sesto troverete una foto di repertorio, tipo questa qui a fianco.

Bene, quindi.
Ora però, dopo esserci fatti una così grossa cultura sull’autore che quasi sembriamo culturisti, avviciniamoci alla sua opera. Ale6°andro (d’ora in poi userò la forma contratta) si mette nei panni* di uno che suona nei locali con una band e infatti va appunto in giro con la sua band a suonare per locali, matrimoni e sagre, però senza mai raggiungere soddisfazione a livello sonoro, a livello economico, a livello di rimediare una scopata. Qualche soddisfazione solo a livello di consumazioni gratis, mi pare di capire.

Pare che Gadda e Montale da giovani andassero a scroccare i pasti a una coppia di mecenati ricconi, dove Gadda avrebbe volentieri spazzolato i piatti, ma non riusciva perché inibilito dalla castità ricattatoria e dalla faccia da Venerdì Santo dell’amico poeta. Se Gadda invece veniva a suonare con noi diventava obeso. Nella nostra band non c’erano poeti, né del genere sensibile né di quello maledetto. La gamma delle personalità andava dal razionalismo scettico all’ottimismo utilitarista, ma sempre nell’alveo di un solido pragmatismo borghese, e sempre con molta, moltissima fame.

Ogni divergenza all’interno della band (e sono tante, eh – si diverge per mille e più motivi…) da una performance sottotono ad un accordo sbagliato, porta a discussioni che partono terratèrra ma che poi si elevano a livelli culturali improbabili per discussioni che sono partite dal basso, discussioni di fatica, discussioni che si sono fatte da sole, con i calli sulle mani, discussioni che vengono dal popolo, insomma.

Un libro divertente ed a tratti divertentissimo, scritto in uno stile nerdy che chissà se è l’unica freccia nell’arco di Ale6°andro oppure ha scelto questo codice perché pensava fosse più appropriato, come un giocatore di golf che ascolta il vento, assaggia l’erba, guarda un po’ nel vuoto pensando a quanto è bello e ricco, a come fare per esserlo ancora di più, e poi sceglie la mazza giusta: in questo caso un ferro 3, nel caso di Ale6°andro lo stile nerdy.

Eh sì comunque secondo me quelli che fanno ste feste faraoniche sono il peggio, voglio dire, compi gli anni e va bene, chi se ne frega, neanche tu dovresti fregartene se avessi un minimo concetto di come funziona l’universo, e invece loro hanno come una mistica di loro stessi, danno un valore magico a dei fatti proprio assolutamente del cazzo e del tutto casuali, tipo come si chiamano o quello che facevano i loro antenati o se magari un attore famoso gli somiglia o appunto il giorno che sono nati e se era l’anno del facocero o del pappagallo, tutte queste cose qua, e agli altri poi tocca partecipare ai riti della loro religione solipsista mongoloide. Anzi dopo neanche ti invitano addirittura.

Molto bene, Ale6°andro, sei acculturato il giusto, ignorante il giusto, acuto il giusto (tendende però all’unpottròppo eh, te lo dico…), ed hai anche scritto un libro giusto, nel senso biblico del termine: infatti intitolarlo Lascia stare il la maggiore che lo ha già usato Beethoven – cioè un titolo bruttissimo, inconsigliabile, che se lo dici a qualcuno quel qualcuno ti guarda come per dire beato te che ‘n c’hai ‘n cazzo da fa’… – è l’unico modo che ha l’autore per bilanciare il senso di colpa per aver scritto un libro bello con la paura di aquisire fama e ricchezza, discontandosi così inesorabilmente dalla umile e retta vita di bravo cristiano.

 

Per quanto possa servire, lo consiglio.

 

Ciao.
(You say goodbye, I say hello).

 

* Per me si mette nei panni, nel senso che non ha veramente una band che va in giro a suonare per locali. O magari sì. Cioè, verosimilmente sì: l’autore ha una band. Però, ecco, vorrei farne parte, se fosse vera. Ma siccome mi ricordo a malapena come si fa il rap non potrò mai esserne un membro e allora mi conviene sperare che sia tutto finto. Quindi secondo me è tutto finto, non può essere vero. No, non può essere vero. Nonpuoesserevéro.
Nonpuoesserevéro.
Nonpuoèssere.
Vero?

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