Green Game (I soldi e l’erba hanno lo stesso colore) – Fabio Bonaldo

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A Frank e a Baltimore gli vuoi subito bene perché in finti conti è proprio bbrava ggente. Sì, lo so: trafficano tonnellate di marijuana nel Mar dei Caraibi, però dài, non è che possiamo stare qui a fare la pulci alle persone, no? Non ergiamoci a giudici trespolati. Non poniamoci al di sopra di altri stili di vita. Non rompiamo le palle alla gente, soprattutto quando la gente è personaggia, quindi non esistente. Ci stanno simpatici, period.

Siamo di fronte al primo romanzo di un veterano della scena reggae italiana, tal Fabio Bonaldo in arte Fabio Junia, voce dei Rasta Family prima, dei Taxi 109 poi. E cotal personaggio, come da copione, ambienta i frutti della sua spy-storica immaginazione nell’amata Giamaica, terra di reggae e di ganja, di patua e di ackee; dalla Giamaica allarga poi il compasso fino ad includere Haiti, Messico e Florida (Miami) nel raggio d’azione.

La storia è ignorante abbastanza per trovarsi a suo agio su questo blog: si traffica, si spara, si fuma (parecchio), si trama, si tradisce, si fuma (sempre di più), si muore. Poi ci si fuma sopra.
I personaggi non vengono approfonditi come a mio infimo parere meriterebbero ma comunque abbastanza per far identificare subito il lettore di pelle bianca col coprotagonista caucasico. Mentre di Baltimore si riesce a percepire chiaramente il raschietto tipico del rastaman, la risata saggia e sguaiata, lo spliff mezzo spento in bocca, i denti distribuiti a casaccio.
Quindi tutto sommato niente male.

Inoltre i dettagli con cui vengono descritte le strade, i quartieri, le aree interessate dai traffici sono molto sospetti. Forse l’autore ha una casa a Miami di cui non ci ha mai parlato? Ha un nonno pirata? Ha parenti a Portmore? Tutti aspetti da approfondire, questi, magari davanti a un Jerk Chicken.

Il libricino, pur non incastonando la sua impronta nell’hall of fame dei capolavori mondiali, ti inchioda fino a che non arrivi a capire che fine fanno tutti. E non tutti fanno quella che ci si augurava.
Bello.

Nuff respect, direbbe qualcuno.

 

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