Fight Club 2 – Chuck Palahniuk, Cameron Stewart

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La prima regola del Fight Club 2 è: vatti a rivedere un po’ il primo Fight Club (il libro, il film, quello che c’hai…) altrimenti rischi di non capirci una cippa. In primis perché ci sono dei continui riferimenti al primo capitolo, come nella pagina qui a fianco, in secundis perché alcuni personaggi secondari vengono ripescati e buttati nella mischia. Tipo Bob, l’omone con le tette che muore sparato in testa, oppure Chloe, la signora col tumore che voleva essere scopata prima di morire.

La seconda regola del Fight Club 2 è: non aspettarti di capirci qualcosa. Chuck Palahniuk nel frattempo s’è fatto n’ometto, ha scritto molte altre cose (tipo questa, già trattata sul blog), è parecchio peggiorato, e in questa graphic novel a mio avviso ha l’unico obiettivo di fare il cazzo che gli pare, entrando a gamba tesa nella storia, o facendone uscire direttamente i personaggi per ritrovarseli in casa a reclamare attenzione ed indizi. Un po’ come successe quando Lord Casco di Balle Spaziali cercò nel VHS del film indicazioni sul da farsi. Quindi: Mel Brooks ggggegno vero, mentre Chuck sucks.

La terza regola del Fight Club 2 è: quando il narratore omodiegetico e la focalizzazione zero* si incontrano, si piacciono, si accoppiano, accade che procreino elementi tridimensionali che vanno a sovrapporsi all’insieme, creando un terzo livello di narrazione che assume la dimesione di un disturbo, un rumore di fondo, un tentativo di riprodurre un’alterazione della percezione: dai petali di rosa alle pasticche di tranquillanti, dal BARK BARK dei cani fuori casa di Palahniuk fino agli spermatozoi nella pagina a fianco.

La quarta regola del Fight Club 2 è: sapete cosa dice sempre il vecchio Jack Burton in situazioni come queste? Il vecchio Jack dice: “basta, adesso…”. Quindi stop alle regole, e andiamo a leggerci questo grosso guaio a Tyler Town.

Il libro, come ogni prodotto BaoPublishing, è ben confezionato, cartonato, satinato, laminato, rassodato, lavato, stirato, profumato, pesante almeno 8/9 etti netti e caro come il culatello a Miami. Il contenuto all’interno di cotanto involucro invece è un prodotto che si regge in piedi solo per le tante chicche e qualche genialità dell’autore e del suo team; si sente che la trama è tirata per i capelli, e si sente anche l’inevitabilità di un epilogo del cazzo che infatti arriva puntuale. Poi, oh, magari a voi piacerà da matti (poèsse…), magari io ci capisco poco (sicuro…), magari il fatto di rivedere certe facce varrà da solo il prezzo del libro (probabile…), magari apprezzerete il tratto ed il talento indiscusso di Cameron Stewart (facile…), le copertine per ogni capitolo di David Mack (strepitose…), il tentativo di Chuck di voler dare ancora qualcosa alla sua creatura (matto totale…).
Magari tutte ‘ste cose insieme, magari solo una di queste; ma di fatto la storia è un nulla riempito di tante cazzatelle, alcune molto fighe, altre trascurabili. E’ un po’ come salire su un aereo, sedersi su un sedile di prima classe, mettersi comodi sorseggiando Armand De Brignac, muoversi un po’ in pista, sentire il rombo dei motori… e poi alzarsi e scendere perché il capitano Chuck comunica che con la benzina nel serbatoio il massimo che si poteva fare era questo giro in pista. Ma allora diccelo prima, no? Perché farci venire fino in aeroporto? Perché?

E così il buon Palahniuk “distrugge qualcosa di bello” per dirla come la disse lui. Entra nella sua storia come faceva Puff Daddy in ogni video di Biggie, come fanno Tarantino e Kevin Smith più o meno in ogni loro pellicola. Solo che lui non si sceglie una parte marginale, lui decide proprio di essere il Deus Ex Machina che mette fine ai giochi.

Ma che glie voi di’? E’ fatto così…
Se lo conosci lo eviti, e forse comincerò a farlo.

Chuck, vaffanculo.

 

 

* Sta cosa del narratore omodiegetico e della focalizzazione zero l’ho letta su internet, era solo per scoattare un attimo.

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